Fine stagione alla Meja

Quanto è stata lunga la gestazione: ci sono voluti anni affinché il desiderio che nacque sulle rocce di quella montagna si concretizzasse in un vero slancio verticale. Ricordo un giorno di tenera estate, le ultime lingue di neve nel fondovalle; dopo la salita, dando le spalle alla montagna, l’occhio indugiava curioso su quei minuscoli uomini che si arrampicavano sulle sue pareti, apparentemente appesi al nulla.

Ora, da un piccolo balconcino roccioso, sono io – con i compagni di cordata – a scrutare dall’alto le piccole sagome umane che sembravano formiche sulla traccia della via normale. Una folata di vento gelido colma di fiocchi di neve investe tutti. Gli omini là in basso si bloccano come paralizzati, fanno dietro-front e camminano veloci su per i prati. Rimaniamo noi, avvinghiati alla fredda pelle della Meja, confidando nelle previsioni e nello squarcio di azzurro che resiste sopra le nostre teste.

Siamo davvero fortunati: abbiamo la possibilità di arrampicare in un posto mozzafiato a inizio novembre appena prima che inizi a nevicare, con le ore contate; ci muoviamo tra tra i duemila cinquecento-ottocento metri, le temperature sono basse, intorpidiscono mani e piedi, il vento che le rende più acute annuncia il tempo delle ore a venire. I laghetti sono specchi di ghiaccio, i prati sono aride distese bruciate dalla lunga siccità, il gioco di luci ed ombre colora il mondo in maniera quasi allucinatoria.

Quale altra divinità, se non la Montagna stessa, può promettermi di nutrirmi ancora di tutti questi elementi? Quale altro paradiso può essere desiderabile oltre a quello che è già qui ed ora su questa terra, in questa vita? Allo stesso modo, quale altro inferno si può immaginare oltre quello che convive col paradiso sulla stessa terra, nella stessa vita?

Sulla vetta ci accarezza l’ultimo sole mentre sopraggiungono le nuvole scure da occidente. Scendiamo in fretta per il familiare percorso della normale e poi, alla base della parete, giunge infine la neve, questa volta con tutta la serietà e l’intenzione d’essere. Recuperiamo ciò che abbiamo lasciato alla base della via ed io mi attardo un po’ scendendo più lentamente sulla pietraia con le mie scarpe leggere che presto si riempiono di pietre; ancora una pausa all’inizio dei prati per svuotarle, mentre gli altri si incamminano a passo sostenuto verso la macchina.

Non voglio essere attesa, quasi non vorrei essere riportata a valle: devo camminare svelta anche io, ma la montagna è così magnetica! Ho lungamente desiderato di vederla innevata ed ora ho la fortuna di poter assistere al principio stesso del fenomeno. La mia presenza si annulla nella sua grandezza. Procedo voltandomi di tanto in tanto a guardarla ancora finché le sue pareti si ammantano nelle nebbie e nel turbinio dei fiocchi di neve, mentre i prati velocemente s’imbiancano. Raggiungo gli altri al colle, saltiamo in auto un po’ bagnati, senza nemmeno toglierci l’imbrago e scendiamo. A valle, a divorare ore misere di ricordi, frustrazioni e nuovi desideri che spingono avanti le nostre masse inerti, ad usare un’unica giornata come sale per le altre più insipide. La gioia rimbalza per una stanza nel tentativo di intercettare una condivisione, ma quando tutti se ne sono andati rimane mia soltanto e scivola nella placidità del riposo. E riposo alla terra finalmente porta la neve che ora è giunta anche qui ad estinguere il grido assetato che quasi stentava a raggiungere, troppo esausto ormai, il cielo.

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Nuovo sguardo dal Colle di Ancoccia
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Facendo nuova conoscenza con l’ambiente sul primo tiro
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Placche abbattute su L3
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Tomasz su L4
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Ultima sosta: arriviamo!
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Verso la via normale
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Ultimo sole dalla cima, vista su cresta sud-est
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Ultimi facili passaggi prima della normale, in conserva
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Occhi alle pareti, alla ricerca di altre vie
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Gran finale!

 

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All’ombra del Corno

Il fuoco crepita nel putagé mentre cerchiamo una meta per una tranquilla gita per trascorrere la domenica insieme su per le nostre montagne; un libro passa di mano in mano finché nella mia mente affiora un ricordo e ad esso si uniscono immediatamente i propositi esplorativi che mi stanno guidando nelle ultime settimane verso mete non casuali: itinerari lungo i quali posso studiare quelli che ora sono soltanto lugubri canali colmi di detriti, ombrosi e vuoti, oppure i diversi versanti di una stessa montagna e le diverse possibilità di salirvi o scendervi, la posizione dei punti di appoggio, distanze, esposizioni.

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Il Monte Matto si specchia nel Lagarot di Lourousa

Optiamo per la modesta Punta Stella che con i suoi 2567 metri rimane circondata a 360° dalle sue grandiose vicine: verso sud si affaccia sulla Catena delle Guide e sul Corno Stella, contempla il severo Canalone di Lourousa e le cime del Gelas di Lourosa e Monte Stella, il Massiccio dell’Argentera; verso est la dorsale Dragonet-Asta Soprana-Mondini e verso nord il Monte Matto. Insomma un gran belvedere!

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Lungo il sentiero, Monte Matto all’orizzonte

Anche quest’anno non ho potuto coronare il sogno di scalare in Corno Stella e ho continuato a non voler salire alle sue pendici a struggermi inutilmente. Questa gita di fine ottobre, nonostante volessi vedere da vicino il famoso canalone di Lourousa – ormai ridotto all’osso – mi ha inevitabilmente condotto al cospetto del versante ombroso del Corno; e c’è di più: per gran parte della salita i miei passi si sono fermati ossessivamente per poter guardare verso l’alto e scorgere piccolissima la croce di vetta ed infine, giunta in cima, a catturare con l’obbiettivo della macchina fotografica due scalatori appena giunti all’agognata meta. “Spesso il male di vivere ho incontrato” penso e ripenso scendendo giù sulle ripide tracce prima e poi sul sentiero che costeggia triste le pietre costellate di lapidi sulle rive silenziose del Lagarot di Lourousa. Già, mi posso ritenere così fortunata da trovare il mio male nel non poter raggiungere le vette che tanto desidero; eppure al mio spirito un male rimane. Ecco come un grande desiderio arreca altrettanto grande dolore! Ma di tutto ciò faccio carburante per alimentare il fuoco che tiene vivo il mio cuore ugualmente ai lampi di gioia e nella distanza, con convinzione, intravvedo l’ennesima realizzazione.

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Catena delle Guide, Corno Stella, Argentera

Ed il canale invece? Alla sua base c’è un bivacco a cinque stelle dove sperare di tornare con tutta l’intenzione necessaria, stentando ora ad immaginare con quali pensieri a popolare la notte breve. E’ ora così vuoto, smagrito al limite della dissoluzione, meno decifrabile, più preoccupante e scuro. Lo sguardo lo saluta volando su discese baciate dai raggi del sole.

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La vetta del Corno
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Bivacco Varrone

Finalmente Oronaye

Pensieri dopo una bella salita autunnale al Monte Oronaye, che svetta coi suoi 3100 metri di calcare sulle valli Stura, Ubayette e Maira. Cima desiderata da tempo, ottima occasione per studiare quello che potrà essere un interessante ambiente invernale-primaverile e per tenersi in allenamento per i progetti dell’anno nuovo.

Davanti ai miei occhi scorrono verso valle lente cascate di detriti. Non si sale, si arranca incapaci di restare propriamente eretti. Eppure due sagome in lontananza incedono lentamente come vi fosse veramente una traccia. Ogni movimento sconvolge il silenzio della quiete autunnale. Le montagne sono state abbandonate quasi da tutti; non è più estate, eppure le condizioni rimangono quasi le stesse ed il mio spirito è attratto come da un buco nero, in attesa del grande cambiamento invernale. Non esistono più ordinarie stagione, soltanto il tempo d’andare.

La mente decide di ignorare l’evoluzione che ci ha condotti a porci in assetto verticale e – per ritrovare la stessa verticalità fino alla sua compiutezza – ci induce ad avvicinarci al piano inclinato del suolo instabile, facendoci incedere come un animale in preda a gran furore. Finchè si possa nuovamente camminare, per poi raggiungere il confine della forcella.

Mi affaccio su una Valle Maira ombrosa e muta; oltre, verso il sol levante, ciò che rimane della strada da compiere. Finalmente si arrampica un po’, su quella roccia marcia miracolosamente solida, almeno per il necessario. Si cavalca il filo tra i due poli, tra sud e nord, tra luce ed ombra, tra convinzione e tarlo mentale, ma trovando il giusto equilibrio e sbucando così sulla vetta inondata di luce dorata.

Ben fatto, mi dico. Dopo un’immersione nella concentrazione, si scia sui detriti fino a valle, ci si lascia trasportare da questo destino felice, incapaci di realizzare la verità dell’azione fisica ma proiettati in un mondo di idee e stati mentali, come se il corpo non fosse che una mera estensione di una potenza invisibile chiusa al suo interno, che troppo spesso ci inganna del contrario. Viviamo in una splendida allucinazione. La vetta, alle spalle, è un altro segno dentro di noi. E si annulla, per chimera quale era, svelando i simboli e lasciandoci nudi allo specchio.

Con la mente lucida si può trattare adeguatamente con le inclinazioni apparentemente tipiche della gioventù; l’irrequietezza, l’avventatezza, l’incoscienza, l’imprudenza possono essere analizzate dalla coscienza che abbia fatto tesoro negli anni degli insegnamenti della montagna. Innanzi ad essa l’alpinista non ha né sesso né età: è il suo stato coscienziale a renderlo più incline al successo lieve o al tragico fallimento.

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Concretizzando sogni

L’acqua calda corre sulla pelle in rivoletti vivaci al ritmo dei pensieri. Un grande canale interminabile in un giorno di tarda primavera. E chi il compagno di viaggio? Una presenza amica o il fischio del vento che rende assordante il silenzio? Si dispiega un sorriso compiaciuto. La solitudine è ancora preferibile all’incomprensione e alla superficialità e talvolta non identifico quale sia l’azzardo maggiore. E poi ancora una imponente piramide di roccia e ghiaccio e una cascata di stravaganti desideri.

Poi divago, mi perdo nel mio senso di fallimento e afferro con forza un filo sottile che mi riporta a galla. L’anno scorso, sul finire di ottobre, mi trovavo in cima alla Rocca Provenzale a seguito di una fuga da una nottataccia, dai mostri e dalla nausea. Dalla vetta un altro sogno da inseguire si presentò ai miei occhi nella gran luce del sole: era la Torre Castello – di una forma follemente bella – e dietro di essa, separarata da una profonda forcella, Rocca Castello. Così distanti, come se l’aria sospesa tra le pareti fosse al contempo una voragine nella mia anima. Incolmabile.

Lottai tutto l’inverno e tutta la primavera fino ad abbozzare un’idea di serenità.

Ora sento ancora i miei piedi nudi a contatto con la roccia fredda di quelle due cime, arrivate per inaspettato caso in un giorno qualsiasi di un altro ottobre, un anno dopo, così solide e reali. E la Provenzale laggiù a valle. Cambio di prospettiva. Sul far del giorno il cielo era verde, verde speranza. Realizzo di essere in grado di concretizzare i sogni generati dalla mia mente. E così sogno ancora più forte.

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Rocca Provenzale arrivando a Chiappera
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Dalla cima della Rocca Provenzale, Torre Castello

Un anno dopo…

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Rocca e Torre Castello avvinandosi al Colle Greguri
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Le croci di vetta

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Nella forcella Castello
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Torre Castello, Placca Gedda
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Rocca Castello – King Line

Il viaggio continua…

Montagna: alpinismo e vita quotidiana

Un nuovo progetto multisensoriale nato da un istante di improvvisazione. In occasione della festa patronale di Valloriate (CN), giovedì 21 settembre 2017, si terrà la presentazione,  che oltre ad essere una prima assoluta è del tutto sperimentale. La serata prevede la lettura espressiva di alcuni brani, accompagnati da musica e fotografie. Il tema quest’anno è la montagna, mondo sul quale verrà dato uno sguardo sul risvolto alpinistico e su quello delle situazioni quotidiane, entrambi vissuti direttamente e testimoniati tramite la scrittura. A dirigere il tutto Stefania Lovera, nella speranza di stimolare piacevolmente il pubblico come l’anno precedente, quando fu organizzata una serata sul tema del cammino di Santiago, da lei percorso partendo da Valloriate nel 2015. Questa volta l’autrice tenterà di farci entrare nella sua personale visione del mondo a cui è fortemente legata: quello montano.

Se ho una preoccupazione è certamente legata al poco tempo che ho avuto per prepararmi, dalla scelta dei testi allo studio personale, tutto è rimasto molto “all’ultimo”, anche i dettagli tecnici e pratici. Per la prima volta leggo dei brani scritti da me e credo sia un passo importante. Spero che anche quest’anno il risultato possa piacere ma soprattutto emozionare almeno parte del pubblico, poichè una volta ancora è questo il tipo di approccio, non certamente una disamina tecnica di salite in montagna o di dettagli della vita quotidiana in una piccola frazione abbandonata. Ancora una volta punto tutto su spiritualità e filosofia, perchè non siamo fatti di sola materia, come per me le montagne non sono fatte di soli ghiaccio, neve e pietre.”