Notturno

Flusso di pensieri notturni dopo una serata passata ad arrampicare in ottima compagnia.

L’azione dell’ascesa e la sensazione dell’altezza in un istante di equilibrio tra le fragili mani dell’essere umano mi liberano dalla contingenza della fame, della sete e del sonno. Ora nel letto, accanto all’amato, ascolto il suo respiro dormiente mentre rimango desta con le membra ancora vive nell’azione, ancora tutte distese nel tentativo di afferrare e tenere il prossimo appiglio, appena prima dell’ultimo volo.

Intanto nella mia mente vibrano pensieri legati alle equazioni d’onda che descrivono la possibilità di un elettrone di trovarsi in un determinato luogo. No, non ci capisco nulla in profondità, ma le mie recenti letture hanno pur sempre cambiato la mia visione sul mondo ed il mio modo di ragionare. Continuo a trovare immensamente confortante l’idea che gli elettroni tendano a portarsi a livelli di minor energia possibile intorno ai nuclei degli atomi, che tutto sommato è analogo a ciò che tentiamo di educare il nostro corpo a fare per vincere la parete e la gravità. Abbiamo infatti bisogno di assumere posizioni che permettano il maggior risparmio energetico possibile. Non possiamo disporre in modo casuale dei nostri “elettroni”. Credo che la ricerca che deve fare la nostra intelligenza non sia affatto slegata da quella della materia che ci compone.

L’idea di muoversi in armonia con le leggi che sembrano reggere il cosmo è pura bellezza, ed è una bellezza trascendente le mutevolezze transitorie dell’esistenza, simile al cielo che nelle altezze è solcato a gran velocità dalle nubi sospinte ora da un vento, ora da un altro, ora consistenti o tempestose, ora disgregate fino alla totale inconsistenza; essa è qualcosa a cui votare la nostra esistenza priva di senso, questa è una nobile fortuna dell’uomo. La nostra azione è allora arte e come tale è sacra.

Tutto ciò che penso ora inizia a complicarsi nel ragionamento e a sfuggire alla spontaneità dell’attimo insonne, ma so che in quella bellezza risiede la mia unica possibilità di chiamare ancora il nome di dio, per quanto creda ugualmente che io come uomo sia parimenti dio quanto la montagna, per quanto certamente più dormiente nel mare burrascoso della coscienza e delle sue assenze, ancor lontano dalla piena realizzazione della propria natura.

Insegnatemi a scalare le pareti – che più non mi appago del solo camminare fino in cima – e lasciate che possa realizzare il divino che scalpita sotto la superficie non solo della pelle ma della mia anima. Lasciatemi annusare l’aria rarefatta e che il mio cuore ne divenga avvezzo. Lasciate che decadano le ordinarietà della vita terrena e che il corpo sia tramite apparente ma parte irrinunciabile per la grande comunione dell’essere. Lasciatemi andare lassù, lasciate che non abbia paura e che possa tornare se saprò ascoltare le onde ed gli sfuggenti limiti delle cangianti maree. E quando tornerò guardate oltre le mie parole, cercate dio nei miei occhi ed in esso infine, chiaramente specchiata la vostra stessa identità.

Cantano le cicale, allora davvero sta giungendo la nuova stagione! Quando mai ebbi tanta fede? Che grande fatica richiede al mio spirito questo atto di supremo azzardo! Eppure in questa notte essa pare annullarsi nel libero fluire di un gesto naturale. Gli occhi rimangono instancabilmente dilatati, tutti i sensi acuti e distesi nel buio interrotto da una piccola luce artificiale. Cantano, cantano! I miei desideri si sono fatti enormi, eppure non ne traggo tormento. E’ una felicità che non provavo da molto tempo, da esserne dimentica. Per lunghi mesi le mie insonnie furono frutto del dolore che mi dilaniava il petto e l’anima ancor più giù, in una ferita ogni giorno più raccapricciante. Ma ora no, ora la notte è bella e fuori e dentro è tutto un canto! E’ il cosmo intero che canta nel silenzio della nostra valle, della nostra casa e del nostro cuore e col suo canto, nostro canto, è istante presente, immortalità, gioia e perfezione.

Come i piccioni al mare

Un uomo dà pane ai piccioni alla foce del fiume, sorride, se ne va.

L’indaco del mare alla sera, nubi all’orizzonte, mi consola un po’, ma voglio ribellarmi all’abitudine della malinconia. D’un tratto mi accorgo che la mia vita è infine tanto felice.

Quelle anatre grasse: ci fermiamo a guardarle con l’occhio trasognato di chi non ha mangiato qualche vita fa o di chi non ebbe tempo di essere bambino. Per nuovi giochi che aggiungono qualche pennellata di colore alla vita raccolgo foglie profumate di eucalipto. L’acqua sfuma dal pallido all’intenso folle.

E’ strano perché non c’è quell’odore di città di mare, il vento non lo restituisce od io perdo ciclicamente qualche senso. E’ una città naufraga, non sta davvero sulla costa, ma naviga nella liquidità del nostro tempo, senza scopo, senza direzione apparente. Pare proseguire giorno dopo giorno in silenziosa inerzia, spontanea, anarchica. Fu estranea, ora apre il ventre e si fa accogliente. Viuzza stretta, antiche mura. La vita dà un altro giro, tremo sulle vibrazioni del cambiamento come alla frescura del vento mattutino che increspa il vasto blu di mille creste bianche scintillanti al sole.

Dormii in terra, odore di piscio. Dormii in un letto, profumo d’amore.

Vita mia ti beffi dell’animale umano, perché quell’uomo che porta il mangiare ai piccioni, mi dici, è una storia che piacerebbe ad uno scrittore bisognoso d’inchiostro e così tutte le anime che in un simile posto – così squallido e bello come un confine travagliato, un paese di passaggio, frontiera – sostano costrette a dormire un’altra notte, attendendo placidi come acque stagnanti un lasciapassare. Certo per alcuni, finite le vacanze leggere dei cittadini che abbandonano la città per un’altra città. Gli altri sognano la via dei monti come contrabbandieri di sale per dare un po’ di sostanza alle lacrime annacquate a forza di troppo sperare. Una notte ancora invece la prenderei per noi, ma tutti si deve partire, ironia della sorte, non c’è nulla da scambiare. Passeranno, passeremo. Ognuno il suo confine. Tutti un po’ come formiche, per come si può, si vive ancora una stagione.

Ha nevicato sui monti, neve di maggio, come un giorno che partii. Ora torniamo. Nella mia terra non fioriscono ancora le rose, solo qualche parola ed è già tanto dono, con un ultimo bacio quasi rubato prima di rintanarci nelle nostre solitudini.

Qualcuno canta in portoghese stanotte. Fado e saudade rimangono un gioco sempre più insensato, non so rinunciare: il bello per il bello a cui l’anima è tanto avvezza e grazie alla cui visione è sopravvissuta negli anni. Ma distante mi pare, più distante seppur mio, questo cantare. Struggentissime note per far conoscere allo spirito orgasmi di gioiosa commozione, qualche lacrima vivace affinché gli occhi brillino come grandi stelle nella notte scura e siano la bussola dell’amato, che ad essi sempre possa tornare! Voglio brindare all’estate che arriva, berremo vino ed ogni giorno sarà tempo d’amore. Si sente nel vento: sta cambiando la stagione. Canto finché arriva.

Volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio

Dal monastero volsi gli occhi alla Montagna e vidi Dio. Da quando eravamo arrivati il mio sguardo era stato immediatamente magnetizzato dalla presenza delle cime debolmente innevate, che parevano così alte e lontane, pur così vicine, da dare all’ambiente una incredibile profondità. Nella penombra della chiesa, oltre al canto dei monaci, vestiti come uomini le cui mani lavorano la terra, giungeva alla mie orecchie ed al mio cuore bisognoso di pace, quello degli uccelli.

Tutto tace. Mi accarezza il vento e trovo immenso riposo nei prati verdi dai quali s’aprono alla luce mille e mille occhi di primavera, minuscoli fiori di tante diverse fatture, poco a poco abbandonando il tedio ed il peso delle sopravvivenza. Al canto costante s’unisce il mormorio del torrente e l’impercettibile vibrazione dell’aria, che m’accompagna dalla umane pietre alle rocche assolate, fino alla cima più alta, che pare densa di presenza. Ho pensato molto prima di scrivere “Dio”, io infedele. Ma non ho bisogno di giustificazioni quando penso e dico che tutto è Dio, non temo il nome della pluralità che dimora nell’Uno, e trovo ancora un senso a collocare ogni cosa in un grande cerchio imperfetto contemplante i suoi opposti e in essi la sua sfuggente identità.

Oggi è un dono. C’è tutto il necessario ad una più scarna e vera felicità dell’esistere, e lo intuisco nell’assenza del desiderio della scalata alle vette che mi stanno in fronte, e pensando poi al desiderio dell’amato, lo sento tanto vivo nel cuore da accettarne serenamente la momentanea assenza apparente. E mi sovviene un cantico antico.

Ah, la nostra vita è impacciata di tante catene! Grande sollievo mi porta il silenzio, tenuto anche in compagnia degli amici. Cadono così quelle convenzioni che tanto mi fanno soffrire: lo riempire, l’apparire, il giustificare, il razionalizzare tutto a tutti i costi. E finalmente sto un po’ bene. A volte chiederei solo di poter tranquillamente esistere, nel silenzio immenso che a ben ascoltare contiene tutte le voci che si possano udire, quietamente così, in una tacita intesa con il cosmo, che pare rispecchiare il senso che demmo al suo nome nei tempi antichi.

Un giorno che saremo liberi saliremo cime senza nome che non compaiono su alcuna cartina, abbandoneremo le convenzioni, le forzature, le finzioni, e contempleremo dischiudersi i petali della verità dell’esistenza, e non avremo umane parole per essi. E la intuisco lassù, su quel limite che si staglia nel blu, velato di foschia come il mio occhio che si posa sulle cose del mondo.

Sono contenta che oggi le cime davanti ai miei occhi non abbiano per me un nome, e che non le possa raggiungere. Un giorno lassù, in qualche luogo che permane innominato, le visioni si faranno limpide e tremende come il divino dei tempi remoti. Io continuo a venerare, camminare, salire e studiare come lo si possa fare, e lo sogno che sia desta o dormiente, come un sant’uomo che sia sempre in comunione di spirito colla sua deità, componendo di giorno in giorno canti e nuove preghiere.

Ogni uomo ha la sua via ed il proprio modo di pregare. Il mio è legato a quella enorme e indefinibile presenza dai mille volti, che chiamo semplicemente Montagna.

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Una tristezza

Avevo scordato come si chiamasse quell’uomo. Dimenticavo tante, troppe cose. Mi dimenticavo anche di preoccuparmene. Ero giovane diamine! Ed uno, più giovane, continuava a ironizzare che stessi invecchiando, ma forse era davvero così, il mio fuoco bruciava intenso e rapido e poteva darsi che avessi ragione a dire che sarei crepata giovane.

Il primo uomo, quello di cui volevo parlare, lo incontrai uscendo da un parcheggio, tirai giù il finestrino ed egli mi accarezzò i capelli sorridendo di una dolcezza triste. Sempre vagabondando mi disse d’essere, come da sempre d’altronde, nonostante ora avesse la bronchite. Lo capivo: ero malata pure io e chiusa in casa da troppo mi sentivo in gabbia. Raccontò che da giovane fu forse il primo operaio ad andare in montagna ed arrampicare anche. Aveva fatto amicizia con coloro che potevano permetterselo, semplicemente andando a camminare lassù, entrando spontaneamente in quel mondo. Aveva trovato buoni amici e essi lo avevano aiutato.

Un giorno, arrampicando in libera con un amico, egli cadde e l’amico – per lo spavento – cadde a sua volta, ma questi morì. “Da quel giorno sono sempre triste” mi disse. Mi spiegò di che tipo di tristezza si trattasse ed io capii benissimo. Lo sentivamo, era chiaro. Queste sono le cose che mettono in comunione le persone.

E’ luna piena. Stanotte riesco a sentire tutta l’essenza della mia propria tristezza. Ed io che pensavo d’essere ora felice! Cautamente aggiungevo sempre un “credo”, un “così sembra” a fine frase. Perchè la coscienza sa. Ed io che pur convivendo con lei sono tanto abile da traviarla, pure sono tanto triste. E questa tristezza è così vera e chiara che mi dà una smisurata gioia nel sapere che la mia coscienza ha come sempre ragione! La verità che mi strazia, bella, sublime, immensa e terrifica! Questa maledetta tristezza, che erompe in una folle disperazione, è una prova d’amore! Ah dannazione! Tutti contenti a casaccio ed io guarda, guarda come brucio!

Gli uccelli sono arrivati oggi a mangiare sul balcone, per il primo giorno in tutto l’inverno. Non solo. Nella notte luminosa, offuscata di nebbie, risuona un meraviglioso requiem. Ad un tratto un coro gioiosamente proclama gloria in excelsis!

Gli chiesi un pegno d’amore: i miei riti funebri. Ed egli espresse il mio stesso desiderio d’eterno e lo stesso orizzonte d’eterna comunione. Come potevo non passare la notte a piangere e piangere ancora? Troppo bella, tristemente bella, questa notte solitaria per passarla tutta dormendo. Se era da passarsi così esiliati, che si cantasse allora, si piangesse fino allo sfinimento, si desse sfogo a tutto il selvaggio dell’anima, fino a vedere la luce. E quanti notti ancora d’esilio? “Tu non sarai mai contenta”, profetizzò qualcuno quando disperatamente compravo fiori per adornare la dimora e farmela apparire più sopportabile. Già.

D’un tratto compresi che non tutti gli amori si coronano in vita, niente ciò aveva a che vedere con fidanzamenti, convivenze, matrimoni. L’amore era là, nell’eternità, oltre i limiti umani che gli impedivano d’essere pienamente. E ne ebbi visione per qualche istante, lungo pareti dilavate e correnti ascensionali. Avevo i brividi, ed essendo malata temetti che fosse tornata la febbre. Presi il termometro: no, ero gelida. Un po’ si muore, poco a poco si muore. Stanotte qualcosa è morto. Ed io lo piango. E non so come incamminarmi sulla via del nuovo giorno. Quel che deve accadere accadrà. Intanto piango ed è bello così, perchè è già domani e, come tutte le illusioni, non sembra così.

Vanitas et absurdum

“Torno nomade per grazia ricevuta, e mentre la strada scorre rapida, divorata chilometro dopo chilometro dal motore dell’auto e non dalla venerabile umile pazienza del piccolo piede umano, prendo coscienza- facendomi pensierosa e perdendomi tra il cielo pallido e le asperità del terreno – di quale sia il prezzo di tutto ciò. Non parlo di un prezzo che si possa calcolare in denaro: è un costo morale quello di cui parlo, lo stesso che il livello della qualità della nostra vita quotidiana impone ad altri di pagare.

Questo nostro dolce diletto è pagato con la sofferenza. Le nostre risa spensierate sono pagate con le lacrime. La nostra apparente pace è pagata con concreta devastazione. E’ forse questa la spontanea riflessione che sgorga qui, nella città che il Petrarca paragonò alla Babilonia peccaminosa?

A causa della coscienza sono una persona che si nutre di malinconie, e non potrebbe essere altrimenti. Questo velo è a sua volta il prezzo da pagare per la luce dei pensieri. Questa strana agrodolce malinconia è ritorta come i capi di un filo col mio sorriso, ammutolito dinnanzi alla cruda e impietosa intuizione – che permane inespressa – della natura dell’universo e del divino.

Mi turba pensare che persino il mio pormi sconfinati interrogativi si radichi infine nella fortuna di un’esistenza che pur vacillando tra le difficoltà, rimane del tutto ignara del concetto di lotta per la sopravvivenza.

Ritorna uno degli interrogativi che già mi attanagliò quando attraversavo a piedi questa terra: come porsi dinnanzi alla sofferenza degli altri, noi così fortunati?

Forse la realtà, che è cruda e gelida come il cosmo tutto, è che in fondo ce ne freghiamo, o fingiamo di ignorare il tutto, fintanto che ci è possibile (talvolta significa ignorare svariate questioni per intere esistenze umane). E in tali ottenebramenti quali gioie? Quali altezze? E’ forse tutto sogno, tutto un abile gioco, un’illusione di polvere danzante nel vento, che va e torna, e ricorda col suo canto incessante che tutto è e rimane maledetta vanità, ogni felicità, ogni afflizione, tutto vanità.”

Era finalmente riuscita a leggere alcuni suoi pensieri per lui, aiutata dal troppo vino, eppure timorosa di turbarlo. La sua voce era stata debole e inespressiva, quasi stentata. Ma lui semplicemente disse che era tutto normale, che non vi era nulla di strano in ciò che aveva udito. Ad esser turbata infine fu lei. Si erano capiti? Lei infine pianse quel che poco che le serviva e che gli aveva preannunciato come bisogno, spense la luce, ed entrambi si misero a dormire.

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